Esempi di advergame famosi: 10 casi da cui imparare
Da Kool-Aid Man a Magnum Pleasure Hunt: 10 advergame famosi, cosa li ha resi efficaci e quali lezioni sono ancora utili per un brand oggi.

In breve: gli advergame, cioè i videogiochi creati per promuovere un brand, esistono dagli anni Ottanta. I casi più ricordati hanno quasi sempre tre cose in comune: la mascotte o il prodotto diventano il cuore del videogioco, il videogioco arriva dove il pubblico si trova già (la confezione, il menu, il browser) e l’esperienza è divertente anche per chi non conosce il brand. Ecco 10 esempi e cosa insegnano ancora oggi.
1. Kool-Aid Man (1983)
La mascotte della bibita Kool-Aid, la caraffa sorridente che sfonda i muri negli spot, diventò il protagonista di un videogioco per Atari 2600 e Intellivision.
La lezione: se il brand ha già un personaggio riconoscibile, è il punto di partenza naturale. Il pubblico lo conosce e lo segue volentieri anche fuori dalla pubblicità.
2. Yo! Noid (1990)
Domino’s Pizza portò su Nintendo Entertainment System il Noid, il personaggio delle sue campagne pubblicitarie, in un videogioco di piattaforme.
La lezione: un advergame può estendere una campagna esistente, dando vita più lunga a un personaggio creato per la televisione.
3. Cool Spot (1993)
Spot, il pallino rosso del logo di 7 Up, divenne protagonista di un videogioco di piattaforme per le console dell’epoca, ricordato ancora oggi per la qualità dell’animazione.
La lezione: quando il videogioco è fatto bene, il pubblico lo ricorda per il divertimento, e il brand ne beneficia di riflesso. La qualità conta più dell’insistenza sul logo.
4. Chex Quest (1996)
Un videogioco su CD-ROM regalato nelle scatole dei cereali Chex. Usava lo stesso motore di un celebre sparatutto dell’epoca, trasformato in un’avventura adatta a un pubblico giovane.
La lezione: la confezione è un canale di distribuzione potentissimo. Oggi lo stesso ruolo lo svolge un QR stampato sul pack.
5. Pepsiman (1999)
In Giappone la mascotte di Pepsi ebbe un videogioco per PlayStation: il personaggio corre in avanti schivando ostacoli, con un’impostazione che ricorda i moderni videogiochi di corsa infinita per smartphone.
La lezione: meccaniche semplici e immediate funzionano. Non serve un videogioco complesso per coinvolgere.
6. America’s Army (2002)
L’esercito degli Stati Uniti pubblicò un videogioco gratuito pensato per far conoscere la vita militare e sostenere il reclutamento.
La lezione: un advergame può servire anche a obiettivi diversi dalla vendita, come la reputazione o la ricerca di personale. È un caso a metà tra advergame e serious game.
7. I videogiochi di Burger King per Xbox (2006)
Burger King lanciò tre videogiochi per Xbox e Xbox 360 con la mascotte del “King”, tra cui Sneak King, venduti nei propri ristoranti insieme ai menu.
La lezione: il punto vendita può diventare il canale del videogioco, e il videogioco un motivo in più per tornare.
8. Doritos Crash Course (2010)
Un videogioco di corsa a ostacoli distribuito gratuitamente su Xbox Live Arcade, nato da un concorso legato al brand.
La lezione: l’accesso gratuito e immediato abbassa la barriera all’ingresso e moltiplica i giocatori.
9. Magnum Pleasure Hunt (2011)
Un videogioco nel browser in cui una protagonista corre e salta attraverso pagine web reali, raccogliendo cioccolatini. È diventato un caso molto citato nel marketing digitale.
La lezione: un’idea originale e un’esperienza nel browser, senza download, possono generare grande passaparola.
10. The Scarecrow di Chipotle (2013)
Un videogioco per iOS, accompagnato da un cortometraggio animato, che raccontava i valori del brand sul cibo e sull’industria alimentare.
La lezione: un advergame può raccontare i valori di un’azienda, non solo i suoi prodotti.
Cosa insegnano questi casi a un brand di oggi
- Partire dal brand, non dal genere di videogioco: mascotte, prodotto, valori.
- Portare il videogioco dove sono le persone: confezione, punto vendita, eventi, social, sito.
- Togliere ogni ostacolo: oggi significa un link o un QR e un videogioco che parte nel browser, senza download.
- Curare la qualità: un videogioco mediocre fa più danni di nessun videogioco.
- Misurare: giocatori, tempo di gioco, condivisioni e contatti raccolti.
La differenza più grande rispetto al passato è il costo. Molti di questi videogiochi richiedevano budget da grande azienda; oggi, con flussi di sviluppo assistiti dall’intelligenza artificiale, un advergame di qualità è alla portata anche di una PMI. Ne parliamo nel nostro business case.
Domande frequenti
Qual è stato il primo advergame della storia?
È difficile indicarne uno solo, perché i primi videogiochi promozionali risalgono ai primi anni Ottanta. Kool-Aid Man, del 1983, è uno dei casi più citati.
Gli advergame funzionano ancora oggi?
Sì, ma il formato è cambiato: oggi si gioca soprattutto dal telefono, tramite link o QR, e il videogioco è collegato a campagne, eventi e raccolta di contatti. Trovi una guida completa nell’articolo su cos’è un advergame.
Quanto deve durare una partita?
Dipende dal contesto: da 60–90 secondi a una fiera fino a sessioni più lunghe per un videogioco da usare a casa. L’importante è che la prima partita parta subito e si capisca in pochi secondi.
Serve una mascotte per fare un advergame?
No. Si può partire dal prodotto, da un luogo o dai valori del brand. Una mascotte aiuta, ma non è indispensabile.
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